profilo di Giovanni Boccaccio

Settimo Centenario della nascita di Giovanni Boccaccio

Boccaccio 2013 Seminari e convegni

Boccaccio angioino: verso il Centenario

(Santa Maria Capua Vetere e Napoli, 26-28 ottobre 2011)

 

26 ottobre Santa Maria Capua Vetere – Facoltà di Lettere

Nei giorni 26-28 ottobre 2011 si è svolto il Convegno internazionale Boccaccio angioino. Verso il centenario, organizzato dalla Seconda Università di Napoli nel quadro di una convenzione tra Atenei che vede unite l’Università di Napoli “Federico II”, l’Università di Napoli “L’Orientale” e, in prospettiva, l’Università di Salerno fino alle celebrazioni per il VII Centenario della nascita dell’Autore nel prossimo 2013.

Il Convegno, coerentemente con questo assetto, è stato ispirato alla sinergia tra le istituzioni e alla collaborazione tra i saperi, in una proiezione nazionale e internazionale ma con un forte baricentro nella realtà storico-letteraria della Napoli trecentesca. Le prospettive di lavoro hanno preso le mosse dal quadro tracciato nel classico studio di Francesco Sabbatini (Napoli angioina: cultura e società, pubblicato nel 1975 all’interno della Storia di Napoli). Si tratta di un contributo che resta inaggirabile per la corretta comprensione di quell’epoca, al quale i promotori del Boccaccio angioino intendono ancora rivolgersi, ma con un ripensamento critico e metodologico, che accolga i nuovi risultati della ricerca, soprattutto per quanto riguarda la mentalità, i linguaggi della propaganda politica e religiosa, lo spessore antropologico della letteratura.

Per questo motivo, si è proposta una riflessione sulla dimensione “angioina” piuttosto che genericamente “napoletana”, mirando a far convergere i risultati maturati nei diversi ambiti disciplinari in una comune prospettiva di tipo tipologico-culturale (in ragione della quale i testi descrivono un certo assetto politico-sociale e una certa proiezione culturale collettiva). Ciò però conservando la centralità dell’opera boccacciana, con particolare attenzione alla maturazione delle sue scelte poetiche e della sua cultura letteraria. Sul primo di questi due aspetti si è soffermato l’intervento di Giancarlo Alfano, che ha mostrato come Boccaccio mostri una progressiva coerenza nell’uso della immagine del libro come strumento di costruzione della propria identità di autore. Se Alberto Vàrvaro (in un noto intervento pubblicato in Lo spazio letterario del Medioevo) ha potuto osservare che gli abituali meccanismi della produzione e della trasmissione manoscritta del Medio Evo inducono a parlare di un «gradiente di autorialità», piuttosto che della riconoscibilità di individualità creative autonome, al contrario il Certaldese, rifacendosi all’operazione dantesca, promuove una “politica degli autori” che s’identifica con una poetica del libro (con le conseguenti opposizioni volta a volta attivate, tra cui scritto vs. orale; poeti vs. ignoranti, etc.). Tra gli altri interventi dedicati al versante letterario, Elisabetta Menetti ha ribadito (con Picone) l’affinità dell’operazione boccacciana con la contrapposizione, presente in Chrétien de Troyes, tra fable e estoire; anche in questo caso sarebbe dunque riscontrabile una precisa intenzione boccacciana di costruirsi come autore di contro all’affollarsi dei racconti anonimi che circolavano ampiamente anche nel Meridione angioino. Nella conjointure, o coniunctio artificiosa di cui l’Autore parlerà ancora nelle Genealogie deorum gentilium, si realizzerebbe, inoltre, quella licentia vagandi che costituisce uno dei caratteri più precipui della «fantasticazione» (con lemma tratto dalle teorie di Gianni Celati) boccacciana. L’intervento di Concetta di Franza si è invece incentrato sul ruolo che il bagaglio formativo e culturale, acquisito dal Boccaccio a Napoli, gioca nell’Elegia di madonna Fiammetta. La studiosa ha analizzato il capitolo VIII dell’opera, che, articolandosi come una quaestio sul maggior dolore, offre del romanzo una conclusione non narrativa bensì dimostrativa (della primazia della protagonista nella miseria). Attraverso la rigorosa e sistematica confutazione della presunta superiorità dolorosa di una nutrita serie di exempla mitologici e storici, il «narrare verissimo» di Fiammetta si afferma in rapporto contrastivo rispetto alla tradizione tragica e classica da tali esempi rappresentata. Un modello scolastico contrassegnato da una forte presenza autoriale si rivela dunque finalizzato all’affermazione dell’alta dignità di una scrittura che assuma ad oggetto una contemporanea vicenda  di amore e sofferenza. Alla Polifonia di Partenope, tra echi di Virgilio e silenzi dell'Acciaiuoli si è dedicata Roberta Morosini, che ha indagato la rappresentazione che Boccaccio offre di Napoli angioina, in particolare nell’epistola XIII, in cui, riportando le condizioni della plebe napoletana e lamentandosi dell’accoglienza di Niccolò Acciaiuoli, l’Autore fa emergere le voci e gli spazi di una città ricostruita attraverso la memoria letteraria e biografica. In questo modo la Napoli di Virgilio poeta dell’Eneide s’incrocia con la Napoli di Boccaccio, coi suoi luoghi, i suoi ricordi. Carlo Vecce ha invece mostrato come il lungo silenzio degli autori napoletani successivi sulle opere giovanili di Boccaccio, protrattosi fino agli anni ’60-’70 del s. XV, sia stato interrotto dal giovane Sannazaro, tornato su quei testi già nella prima redazione (1482) dell’Arcadia. Come suo solito, il grande umanista napoletano (che peraltro visse negli stessi luoghi del Certaldese, tra Portanova e Mergellina) fa opera di “mosaico”, intessendo il suo testo di citazioni, frammenti, allusioni, rievocazioni sonore del Filocolo e della Fiammetta, in particolare dalla metà dell’opera, quando più rilevante diventa le presenza del protagonista Sincero (che impersona lo stesso scrittore). La maglia di relazioni si stringe ulteriormente quando si osserva che Sannazaro fu lungamente al servizio dei Del Balzo, famiglia alla quale il Trecentista era «affinitate et amicitia iunctus».

Incrociando prospettiva linguistica e dimensione storico-culturale, Francesco Montuori ha ricordato che, se gli zibaldoni e le opere letterarie di Boccaccio forniscono preziose informazioni sulla Napoli angioina e sul ruolo che in essa ha avuto la cultura toscana, sono invece molto minori, per numero e continuità, le testimonianze provenienti direttamente da Napoli. È quindi problematico osservare gli effetti dell’opera di Boccaccio sulle espressioni letterarie napoletane e individuare le eventuali corrispondenze. Nell'intervento, tali questioni sono state studiate sui temi della storiografia volgare nel Regno fra Trecento e Quattrocento, con esempi sui modi in cui la fondazione di una nuova città viene descritta sia nella Cronaca di Partenope, il più importante corpus cronachistico trecentesco di area napoletana, sia in alcune opere di Boccaccio, comparando i modi della stratificazione linguistica e le diverse suggestioni culturali.

Prettamente linguistici i contributi di Simona Valente e di Chiara De Caprio. La prima studiosa ha presentato i risultati di uno spoglio compiuto su alcune sezioni del Filocolo di Boccaccio e finalizzato all’analisi dell?architettura del periodo del romanzo. Tra i tipi di frase che sembrano contribuire in modo decisivo alla determinazione della facies stilistica e sintattica del periodo sono state notate le costruzioni assolute gerundive e participiali, le proposizioni relative appositive e le costruzioni correlative. È stato messo in evidenza che, pure nella loro peculiarità, queste strutture stabiliscono con la frase principale un rapporto fondato su  un processo di “giustapposizione”.  La studiosa ha, di conseguenza, ipotizzato che l’ampia presenza di tali strutture rappresenti uno degli elementi più caratterizzanti della prosa del Filocolo. La seconda studiosa si è concentrata sulla facies sintattico-testuale della cosiddetta Cronaca di Partenope. Attraverso un’analisi delle caratteristiche sintattico-testuali del corpus si è inquadrata la Cronaca nella categoria di “prosa media”, ovvero di quel tipo di prosa tendenzialmente duecentesca, i cui caratteri principali sono: la preferenza per lo svolgimento lineare, un elevato grado di fluidità sintattica, la breviloquenza, la ripetitività e formularità del lessico. La Cronaca di Partenope testimonia, a metà degli anni Cinquanta del Trecento, la sopravvivenza di un tipo di prosa che proprio Boccaccio contribuirà a liquidare, come mostrano le allusioni stilistiche alla prosa media, di tono liquidatorio, presenti nel Decameron.

Gli interventi degli storici dell’arte e della miniatura hanno affrontato alcuni importanti aspetti della cultura artistica di età angioina. Alessandra Perriccioli Saggese si è occupata dei romanzi cavallereschi miniati a Napoli o qui portati dall’aristocrazia francese che aveva seguito Carlo I d’Angiò nella campagna d’Italia. Particolare rilievo hanno avuto nella relazione e nel vivace dibattito che si è svolto dopo, l’aspetto internazionale della corte angioina di Napoli – dove, oltre ai codici, giungevano da ogni parte amanuensi, calligrafi e miniatori – e un gruppo di romanzi cavallereschi della fine del XIII secolo, riferiti da alcuni a Napoli, da altri a Genova o a Pisa. Per l’età di Roberto, invece, è stato sottolineato come lHistoire ancienne di Londra (B.L. ms Royal 20 D I) scritto e miniato a Napoli negli stessi anni nei quali Boccaccio attendeva alla stesura del Filostrato, rechi una minuziosa illustrazione della storia d’amore di Troilo e Briseide, che nel poemetto boccacciano diventeranno Troiolo e Cressida. La relazione di Teresa D’Urso è stata dedicata ai codici miniati contenenti opere del Boccaccio destinati alla regina Giovanna I d’Angiò e al suo entourage. L’analisi dei pochi testimoni riferibili a tale committenza ha confermato la preferenza della corte angioina per le opere in latino del Certaldese che la preziosa corrispondenza epistolare napoletana lascia intravedere. Andrea Improta si è occupato di un Nuovo Testamento della Biblioteca Marciana di Venezia [ms. lat. Z 10 (=1745)] che presenta il testo in latino con traduzione francese affiancata. Esso, nella prima metà del XIV secolo, fu decorato da due miniatori di origine piccarda, attivi per la corte angioina, in collaborazione con artisti napoletani, la cui cultura figurativa riflette il cavallinismo diffuso a Napoli tra il secondo e il quarto decennio del secolo. Alessandra Rullo, partendo da quanto riferisce Boccaccio nel Filocolo, circa l’incontro con Fiammetta avvenuto nel “grazioso e bel tempio” di San Lorenzo Maggiore in Napoli, ha proposto una ricostruzione del coro dei frati. Questo, come confermano anche altri testi letterari più tardi, documenti e dati materiali superstiti, negli anni di Boccaccio a Napoli si trovava nel mezzo della navata della chiesa francescana, prima che i nuovi canoni dettati dalla Controriforma e dal Rinascimento maturo ne decretassero la demolizione nel 1563. L’intervento di Stefano D’Ovidio ha ricostruito la fisionomia della chiesa di Piedigrotta al tempo di Boccaccio e si è soffermato sulla Crypta neapolitana e sul suo coinvolgimento nella leggenda virgiliana; ha poi esaminato il contesto entro cui prese forma l’identificazione della tomba di Virgilio, principale interesse del Boccaccio ed ha discusso infine della Madonna di Piedigrotta, menzionata nell’Epistola napoletana di Boccaccio, e sulla sua fortuna nella Napoli di primo Trecento. Linda Gabriele si è soffermata sull’unico manoscritto di un’opera del Boccaccio conservato a Napoli, il Teseida della biblioteca oratoriana dei Girolamini, realizzato a Firenze nel 1440, che presenta il più ampio ciclo illustrativo fra tutti i codici pervenuti recanti lo stesso testo. La relazione ha proposto un confronto con il programma illustrativo, in molte parti coincidente, previsto ma non realizzato, del manoscritto laurenziano Acquisti e Doni 325. Francesco Aceto, infine, riconsiderando la descrizione della caduta del protagonista nella tomba di Filippo Minutolo, nella novella di Andreuccio da Perugia, ha individuato nella tomba di Bonifacio VIII, opera di Arnolfo di Cambio, il modello originario del sepolcro del vescovo napoletano, spostato e modificato nell’ampliamento della cappella nei primi anni del XV secolo. La relazione ha dedicato ampio spazio anche al programma iconografico della stessa cappella e al suo rapporto con la basilica di san Francesco ad Assisi.

Gli interventi di carattere filologico si sono occupati della presenza dantesca e della diffusione e produzione in lingua francese nella capitale angionia. Per il primo aspetto l’intervento di Andrea Mazzucchi ha riaperto il fascicolo dei rapporti di Graziolo da Bambaglioli con l’ambiente napoletano, problematizzando le congetture fin qui proposte sulla base della interpretazione di fatti documentati; rispetto a questa vicenda, databile al quarto decennio del secolo, Mazzucchi ha inoltre discusso della ipotetica presenza prima del 1369 di un commento dantesco in latino in cui sarebbe presente la cosidetta versione “beta” del commento di Pietro Alighieri, nonché ribadito, alla luce di recenti scoperte, la presenza di un commento napoletano della terza redazione dell’Ottimo (conservato in un manoscritto oggi in Ungheria). Sempre a partire dalla matrice dantesca, Gennaro Ferrante si è invece occupato di L'Inferno e Napoli. Spazi, personaggi e miti della nekuia dantesca negli antichi commenti, mostrando come, nella visione dell'Inferno di alcuni antichi lettori di Dante, in particolare Boccaccio e Serravalle, agiscano e reagiscano sedimentazioni letterarie, tradizioni folkloriche, ed esperienze biografiche dirette, problematizzando peraltro le attestazioni di mitografi antichi presenti nelle Genealogie.

All’ambito francese sono stati dedicati gli interventi di Marcello Barbato e Giovanni Palumbo, realizzato in tandem e incentrato sulle possibili, problematiche fonti francesi del Filocolo e del Filostrato, e di Fabio Zinelli, dedicato al francese scritto a Napoli nel s. XIV. Per il primo aspetto, i due studiosi si sono mossi nell’ambito concettuale disegnato da Di Girolamo e Lee, che nel Lessico critico decameroniano hanno distinto tra testo-fonte, racconto-fonte, tema-fonte e genere-fonte, mostrando come anche per le opere giovanili di Boccaccio sia difficile parlare di una fonte diretta, precisa e circoscritta. Oltre alla eventuale strategia d’autore, Barbato e Palumbo hanno fatto rilevare come sia difficile, se non impossibile, dimostrare la presenza di codici francesi disponibili a Napoli (e non solo a Boccaccio). Palumbo lo ha mostrato per la storia di Florio e Biancofiore, la cui irradiazione internazionale isola, dal punto di vista della filiera della tradizione, il Filocolo boccacciano; analogo discorso ha sostenuto Barbato per il Filostrato, osservando che, anche riflettendo sulla tradizione locale della Histoire ancienne includente la materia troiana, risulta impossibile dimostrare l’esistenza di una fonte documentabile, mentre occorre piuttosto parlare, per il testo boccacciano, di un “genere-fonte” (quindi col rapporto più blando con il modello pre-esistente). Distinguendo invece tra opere francesi composte a Napoli e manoscritti lì esemplati in lingua francese (sui quali è però ancora aperta la discussione), Fabio Zinelli ha realizzato una prima, articolata ricognizione sul possibile “francese di Napoli”, mostrandone la contiguità, e a volte sovrapponibilità, da un lato con le testimonianze riconducibili a Pisa (e dunque a Genova), dall’altro con la lingua scritta in Grecia (o «Morea», come si diceva in antico) e in Terra Santa.

Nell’ambito della cultura musicale, Pedro Memelsdorff ha proposto, dopo quaranta anni di ipotesi avignonesi e lombarde, il ritorno all’originaria tesi di Pirrotta che negli anni quaranta del s. XX aveva voluto riconoscere a Napoli un’originale scuola musicale costituita da musicisti belgi e teorici campani (Filippotto e Antonello da Caserta). Una tale scuola si riconoscerebbe grazie alle testimonianze di musica liturgica nella cappella di corte e al riferimento alla presenza in città di hystriones. Da una parte ci sarebbe dunque la fondamentale attività di re Roberto, organizzatore diretto della vita religiosa a corte; dall’altra si dovrebbe osservare il fenomeno della permeabilità tra musica colta e musica popolare (fenomeno, questo, d’interesse anche per chi s’interroga sull’origine dell’ottava rima).

Complessa, infine, la situazione nell’ambito della storia della medicina, a partire dalla difficoltà di riconoscere il sistema dei manoscritti e delle testimonianze sopravvissute. Studiata in chiave transnazionale (cioè estendendo il discorso alla Francia e al Nord Italia) e con attenzione diacronica (da Federico II di Svevia a Carlo I d’Angiò), il mondo medico napoletano si offre a due principali constatazioni. Da una parte, una più attenta recensio della tradizione manoscritta del Tacuinum sanitatis permette di passare dai ventiquattro manoscritti generalmente noti a cinquanta testimoni (che però vanno adesso compresi nei loro contesti librari). Dall’altra, l’analisi di questioni tecniche (come la struttura funzionale del cerebrum) mostra un’evidente linea culturale che collega Napoli a Bologna. Resta da studiare la consistenza culturale della cultura medica meridionale per distinguere tra produzione scientifica e semplice circolazione di opere.

Avulso dal contesto angioino è stato infine l’intervento di Jun Wang (Università di Lingue e Culture Straniere di Pechino), che ha fornito un’interessante ricostruzione del successo di Boccaccio in Cina, sia dal punto di vista delle traduzioni (cinque nel Novecento), sia dal punto di vista dell’interpretazione critica, orientata a valorizzare la libertà spirituale dell’autore e la centralità, nella sua opera, del valore della parola umana.


Giancarlo Alfano

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